Racconti
Il diario di Amina ben Said
[pubblicato su Il Secolo XIX del 17 luglio 2002]
Domenica, 14 luglio 2002
Cara Leila, sono quasi dieci giorni che non ti racconto piú
niente e mi dispiace, ma l'ultima settimana è stata
parecchio movimentata. Mia mamma mi ha messo il velo, mi ha detto di
portarlo anche a scuola e di esserne orgogliosa. Mi ha anche detto che
se qualcuno mi dava fastidio dovevo dirlo ai miei fratelli. Ma non
è successo niente. Poi è passata la legge contro
noi immigrati "irregolari" (cosí ci chiamano) e sono subito
scattati i controlli dappertutto per scovare e rispedire a casa chi non
ha il permesso di soggiorno. Per ottenere questo permesso pare che si
debba avere un contratto di lavoro e non credo che sarebbe una cosa
tanto difficile se non fosse che la gran parte di noi immigrati
è costretta a lavorare senza. I padroni delle fabbriche e
quelli che sono disposti a farci lavorare dicono che il contratto costa
troppo: bisogna pagare anche le tasse e i contributi per la pensione,
l'ospedale e molte altre cose che sono utili e giuste da pagare, ma
anche molto care. Mio padre, mia madre e i miei fratelli piú
grandi hanno sempre accettato di lavorare senza contratto e non si sono
mai lamentati. A me che sono la piú piccolina e seguo ancora
poco le cose da grandi, dicono che siamo fortunati a vivere di lavoro
in un paese dove quasi tutti quelli che scappano dai paesi
piú poveri finiscono a mendicare per la strada. Anche adesso
dicono che va bene e che potrebbe andare molto peggio, ma è
stato terribile dover lasciare la nostra bella casetta vicino al parco
giochi. I vicini ci hanno salutati con le lacrime agli occhi. "Addio,
principessa" mi hanno detto le signore dove andavo a fare merenda
quando la mamma era a lavorare. Mi hanno regalato una bellissima spilla
dorata e poi ci siamo strette forte forte. Anche i miei compagni di
classe si sono dispiaciuti. Andrea mi ha dato un bacio sulla guancia e
si vedeva che era molto triste. Il padrone della fabbrica è
stato molto gentile e ha deciso di aiutarci, anche se questa nuova
legge può farlo andare in prigione. Insieme a altri
immigrati anche di altri paesi ci ha mandati in una grossa casa fuori
città, dove potremo vivere e lavorare al sicuro dai
controlli della polizia. Dormiamo e mangiamo tutti insieme in un'unica
stanza e stiamo un po' stretti, ma è l'unico modo per
continuare a stare qui e lavorare. Adesso che non vado piú a
scuola devo dare una mano anch'io: cucire mi piace anche se i palloni
sono molto piú duri dei calzini che rammendo insieme alla
mamma. L'unica cosa che non mi piace sono gli uomini che ci sorvegliano
e che ci trattano male quando ci mettiamo a chiacchierare o lavoriamo
meno del solito. La mamma dice che è normale e che succedeva
anche in fabbrica, ma io li trovo molto antipatici. Mi ha detto anche
che se per caso la polizia dovesse venire a fare dei controlli qui,
loro saprebbero come fare per nascondere tutto e non farci trovare, ma
io spero che non succeda mai. La cantina è buia e puzzolente
e mi fa paura. Non ci starei neanche cinque minuti, figuriamoci un
giorno intero. Beh, anche oggi credo di averti raccontato tutto. Mi
mancano le mie amiche e le mie compagne di scuola, chissà
quando le rivedrò, ma almeno ho te: ti voglio bene, cara
Leila, sei la mia migliore amica e stai sicura che nessuna legge
potrà mai separarci.
La tua Amina
Giovedí, 18
luglio 2002
Cara Leila, era troppo bello per essere vero! Ti scrivo queste poche
righe dal fondo della cantina buia e puzzolente, dove siamo tutti
stretti e ammassati. Dicono che ci stanno cercando con i cani, ma forse
è per fare paura a noi piccoli. Adesso devo spegnere la
candela, perché si consuma e non ne rimane piú
per l'ora di pranzo.
Ciao, Amina.
Sabato, 20 luglio 2002
Cara Leila, è già finita. Sono al centro di
accoglienza e tra poco partiremo per tornare al nostro paese, in mezzo
a quella miseria che ci eravamo quasi dimenticati. La polizia ci ha
trovati dopo due giorni in cantina, anche se uscivamo solo per fare
pipí. è venuta a colpo sicuro e le bugie degli
uomini della fabbrica non sono servite a niente. Mio padre dice che
sono stati i senegalesi a farci la spia per prendere il nostro posto,
ma a me non importa. Non so se questa legge che dice che dobbiamo
andare via sia giusta, ma tornare sarà difficilissimo e
rischioso. Abbiamo perso la nostra grande occasione.
La tua Amina
Mercoledí, 14
agosto 2002
Cara Leila, spero che il Marocco ti piaccia. Io non me lo ricordavo
tanto, ero proprio piccola quando siamo partiti per l'Italia. So bene
che è un paese molto povero, ma io lo trovo splendido.
C'è il sole e mi sento a casa mia. Subito non credevo che
sarei riuscita a chiedere l'elemosina ai turisti, ma quando ho fame
quasi non ci faccio caso. Mio padre e i miei fratelli si arrangiano e
qualche soldo riescono a rimediarlo. Adesso però
c'è una grande novità. Il padrone della fabbrica
per cui lavoravamo in Italia è venuto a cercare mio padre.
Vuole aprire una fabbrica in Marocco perché dalle nostre
parti il lavoro costa meno. Certo, perché ne valga la pena
bisognerà che tutti lavorino sodo e si accontentino di poco,
ma quando ho visto papà ringraziare il padrone con gli occhi
pieni di lacrime, ho capito che è arrivata la nostra seconda
grande occasione. E speriamo proprio, cara Leila, che da domani ci
siano solo buone notizie.
La tua Amina
[Imperia, giugno 2002]
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