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IntervisteA IMPERIA HA PRESENTATO IL SUO NUOVO LIBROGiovannini: Tutte le guerre sono orribiliIntervista a Fabio Giovannini, scrittore noir e programmista Rai[pubblicata su La Riviera del 19 marzo 2004] Giornalista e scrittore dei piú prolifici, autore di numerosi volumi dedicati alla narrativa e al cinema di genere, Fabio Giovannini, quarantenne genovese, oggi vive a Roma e lavora come programmista alla Rai. A Imperia per presentare L'orrore della guerra, una raccolta di racconti di vari autori, curata per la Datanews Editrice di Roma, ci ha rilasciato questa intervista. Di che cosa ti occupi in Rai? «Da alcuni anni scrivo testi per I fatti vostri, che oggi si chiama Piazza Grande, in onda su RaiDue. Mi occupo di quella che molti critici chiamano la tv del dolore: storie di persone comuni spesso terribili e tragiche, oppure paradossali e assurde. Ogni giorno incontro ospiti di ogni genere, entro a contatto con vicende incredibili (ma tutte vere… siamo uno dei pochi programmi che non hanno bisogno di storie taroccate). Da studioso del noir trovo sempre conferme che la realtà è ben piú spaventosa della fantasia.» Com'è nata l'idea di fare una raccolta di racconti sulla guerra? «L'idea è nata il 15 febbraio del 2003, durante il corteo per la pace a Roma. Io e Alda Teodorani abbiamo incontrato Valerio Evangelisti, autore della saga sull'Inquisitore Eymerich e ci siamo chiesti cosa potevamo fare noi scrittori per dire no alla guerra. Abbiamo pensato che usando la nostra scrittura, i generi letterari che pratichiamo, era possibile dire qualcosa sulla guerra. E cosí io e Antonio Tentori (con il quale ho curato già molti libri di racconti) abbiamo contattato altri scrittori a noi vicini e abbiamo dato vita all'antologia.» Dove scoppierà la prossima "guerra preventiva"? «Ovviamente spero che non scoppi in nessun luogo… ma le tre nazioni a rischio, secondo molti osservatori, sono la Siria, l'Iran e la Corea del Nord. Io credo che da parte dell'opinione pubblica, e anche degli scrittori ci dovrebbe essere maggiore preoccupazione per la polveriera che il mondo sta diventando: una polveriera che non si risolve, secondo me, con le guerre preventive, ma semmai con la diplomazia preventiva. Le guerre (anche quelle preventive) sono orribili, indegne di una civiltà progredita come la nostra. Con L'orrore della guerra abbiamo voluto lanciare un allarme in questo senso.» Che rapporto hai con la Liguria, da sempree terra di misteri? «Un ottimo rapporto. Sono nato a Genova, poi sono andato a vivere a Roma e al contrario di molti "esuli" di recente sono tornato ad abitare nella mia città natale per cinque anni. Poi esigenze lavorative (purtroppo la Liguria non offre molto in questo senso) mi hanno riportato nella capitale. Ma Genova resta la mia città ideale. Del resto proprio lí ho ambientato il mio ultimo romanzo neo-noir, scritto con lo pseudonimo che uso per la narrativa, Ivo Scanner. Si intitola Genova ti ucciderà (Larcher editore) e ambienta proprio in Liguria una serie di vicende thriller, dato che la regione ben si presta ai misteri e ai delitti. Nel mio romanzo, ad esempio, si sentono gli echi del caso di Donato Bilancia, il serial killer della riviera. Aggiungo che quasi tutto il libro si ambienta nel centro storico di Genova e al cimitero di Staglieno. Vedrei bene, se devo essere sincero, anche un thriller che si svolga in inverno, tra gli alberghi chiusi del ponente.» Perché il giallo, l'horror e la fantascienza sono cosí osteggiati dalla critica? «Per un vecchio vizio della cultura italiana, che risale a Benedetto Croce, secondo cui ci sarebbe una letteratura alta, con la L maiuscola, e una narrativa bassa, popolare, di consumo, indegna di attenzione. Molte cose sono cambiate, ma il pregiudizio resta. Eppure il pubblico sembra gradire questi generi e soprattutto il noir sta conoscendo un periodo di grande successo commerciale. Quanto alla qualità di molti romanzi di genere… beh, è un altro discorso. Ma anche la letteratura non di genere, tipo Baricco, Tamaro e altri, non mi sembra proporre una qualità cosí eccelsa. Viceversa il noir, per il contatto con la realtà, è lo strumento migliore per parlare dell'oggi, delle paure del nostro tempo, e può persino essere l'unico tipo di letteratura "impegnata" del 2000.» | ||