Il bar dei vampiri

Racconto horror pubblicato in “Ultimi morsi” (Ghost, 2001)

«E questa sarebbe la specialità della casa? Sembra solo acqua.»

«Tranquillo, Fabry! Non è acqua, è molto, molto di più. Bevi, poi mi dirai.»

Fabrizio afferra il bicchiere e assaggia il liquido trasparente. Silvano ha ragione, non è acqua. è più corposo. E dolce, molto più dolce.

«Mmm, buono» commenta di slancio. «Sembra un succo di frutta.»

La luce azzurrina del Blue Bar illividisce il suo sorriso appagato. Subito dopo, la specialità della casa torna a bagnargli la lingua e l’ugola, precipitando sempre più velocemente nella gola avida.

Fabrizio posa il bicchiere vuoto sul tavolo e si lecca le labbra. «Ottimo!» sigla compiaciuto. «Appena torna la cameriera me ne faccio portare un altro.»

«Escluso» interviene Silvano. «Puoi bere soltanto un bicchiere a serata, è la regola.»

«Cosa? E perché?»

Silvano si stravacca sulla poltroncina e beve un primo, minuscolo sorso della sua specialità. Chiude gli occhi e sorride estasiato, poi risponde: «Boh. Quando l’ho chiesto io, mi hanno risposto così: è la regola!»

«Almeno sei riuscito a capire cosa c’è dentro? Cioè, voglio dire: che frutto può avere un succo trasparente?»

Silvano osserva le ballerine in topless e tanga ancheggiare voluttuose sul lungo palco posto al centro del locale ed esclama: «Il frutto del peccato!»

Fabrizio mima un brindisi col bicchiere vuoto e sogghigna. «Vedo che hai capito dove andremo a bere domani sera» dice.

* * *

«Dovrebbero darci una medaglia.»

«No, meglio una consumazione gratis.»

«Hai ragione. Un giro in più di specialità, gratis. Sarebbe il minimo. Diavolo, non vedo l’ora di scolarmi un altro po’ di quella roba. Mi sembra di essere in crisi di astinenza. E comunque non ricordo di essere mai andato in un locale per sei sere di seguito.»

«Sette, con oggi. A proposito, sei sicuro che sia aperto anche di lunedì?»

«Perché non dovrebbe essere aperto?»

«E infatti è chiuso!»

L’ultima svolta della strada rivela ai ragazzi una brutta sorpresa. La piazzetta deserta, l’insegna spenta e la porta sbarrata non lasciano dubbi.

«È proprio chiuso» ripete Silvano avvicinandosi all’entrata del locale.

«Vuoi bussare e chiedere se è avanzata un po’ di specialità di ieri?» lo sfotte Fabrizio qualche passo più indietro.

«Ehi, guarda qua. La porta è sigillata» dice Silvano alcuni secondi dopo.

«Ma non dire cazzate!»

«Vieni a vedere, se non ci credi. Ci sono i sigilli con i timbri della polizia.»

«Cristo!» impreca Fabrizio. «Qui dev’essere successo un casino di quelli grossi.»

«Oh, molto grosso!» attacca una voce alle loro spalle. «Più di quanto immaginiate.»

«Sergio!» esclama Fabrizio. «Che ci fai qui?»

«Lavoro, naturalmente» risponde il nuovo arrivato. «E voi? Non ditemi che eravate clienti del Blue Bar!»

Fabrizio presenta Sergio, giornalista d’assalto, a Silvano, poi risponde: «Certo che eravamo clienti. E lo saremmo ancora se il bar fosse aperto. E adesso ti decidi a spiegarci cosa è successo?»

Sergio abbassa lo sguardo. «Venite. Andiamo a bere qualcosa nel pub in fondo alla strada, così vi racconto tutto.»

* * *

«Che posto del cazzo!» commenta Silvano entrando.

«Uno squallore totale» aggiunge Fabrizio.

«Almeno questo è aperto» replica Sergio, prima di sedersi con gli altri a un tavolo appartato. Quando la cameriera arriva a prendere le ordinazioni, il giornalista si fa portare una Guinness media, mentre Silvano e Fabrizio hanno qualche difficoltà a scegliere.

Sergio beve un primo sorso, poi attacca: «Ragazzi, scusate se ve lo chiedo, ma voi credete ai vampiri

Fabrizio gli ride in faccia, Silvano è costretto a sputare la birra per non strozzarsi.

«No, certo che no» rispondono entrambi. «Ma che c’entrano i vampiri?»

«Per farla breve» comincia Sergio abbassando la voce «pare che il proprietario del Blue Bar fosse un vampiro

«Vai avanti» è tutto quello che riesce a dire Silvano.

«Si chiama Vincenzo D’Agostino, ma non credo lo conosciate, al locale non si è mai fatto vedere. La licenza è intestata a lui, ma era il suo segretario particolare, un certo Angelo Marcuzzi, a occuparsi di tutto.»

«Angelo, certo» lo interrompe Silvano. «Quello alto e magro che stava alla cassa.»

«Esattamente. È lui che hanno beccato. Sapete dei bambini scomparsi negli ultimi mesi, no?»

Silvano ha sete. Finisce la birra e chiama la cameriera per farsene portare un’altra. Fabrizio lo imita.

«La polizia li ha cercati invano uno per uno, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, intensificando i controlli e i pattugliamenti in giro per la città. L’idea di usare un’esca probabilmente è arrivata tardi, ma ha funzionato. Il bambino è stato agganciato da Marcuzzi in persona che, dopo averlo caricato in macchina, lo ha portato in un vero e proprio tempio dell’orrore. Ci sono stato poche ore fa, a raccogliere materiale per il mio servizio, e mi ha fatto venir voglia di cambiar lavoro.»

«Senti» interviene Silvano «perché, invece di fare tutta ‘sta commedia, non ci dici di che si tratta?»

«Ci proverò, ragazzi.»

Sergio quasi annega nella sorsata di birra più lunga della sua vita, poi torna a raccontare: «Lui… lui voleva dissanguarlo e, se la polizia non fosse intervenuta al volo, l’avrebbe fatto senz’altro. Aveva già l’ago infilato nella giugulare, ma il peggio è stato quando hanno trovato i corpi degli altri bambini. E il sangue, o almeno quello non ancora distillato.»

«Distillato?»

«Sì, distillato. Quel pazzo usava il sangue dei bambini rapiti per fare degli intrugli che poi serviva nel bar, nel Blue Bar. Sapete niente, voi, della specialità della casa?»

Gli occhi di Fabrizio e di Silvano si cercano e si trovano.

«No» risponde Silvano guardando la biondina seduta al tavolo accanto. «Cos’è?»

«Beh, sembra che Marcuzzi definisse così il sangue distillato, un liquido dalla insolita trasparenza, dovuta alla purezza caratteristica dei bambini, che infonde in chi lo beve uno stato di benessere assolutamente appagante. Secondo Marcuzzi, una assunzione prolungata del distillato provocherebbe uno stato di dipendenza che conduce chi lo beve a una cieca obbedienza nei confronti del – per dirlo con parole sue – Maestro. Cioè di Vincenzo D’Agostino, scomparso senza lasciare traccia.»

«Ci stai dicendo che Alex usava il Blue Bar per reclutare un esercito di schiavi per il suo Maestro?»

«Più o meno. La cosa più sconcertante è che Marcuzzi non sembra preoccupato, anche se di sicuro passerà il resto dei suoi giorni in galera. Continua a ripetere che il Maestro verrà, che il momento è vicino e che non temerà alcun male perché lui è l’eletto. Dice che questa città è fertile, che i discepoli capiranno e guideranno i passi del Maestro sulla strada dell’avvento. Ehi, ragazzi, sbaglio o siete impalliditi?»

«Beh, non ci stai certo raccontando la favola della buona notte.»

«Avete ragione. Forse ho esagerato. Meglio che leggiate tutto domani sul giornale, così vedete anche le foto. Ma parliamo di voi, adesso. Vi ho beccato con le mani nel sacco. Ero andato là proprio per intervistare qualche cliente abituale. Voi ci andavate spesso?»

«No» si affretta a rispondere Fabrizio. «Era la seconda volta. E comunque noi ci andavamo per le ballerine.»

«Tanga e topless» aggiunge Silvano con un sorriso beota.

«Ollalà!» esclama Sergio. «Vedo che siete dei buongustai. Beh, allora se non avete niente da dirmi, torno alla mia postazione. Il lavoro è lavoro e il capo ci tiene alla testimonianza dei discepoli. Le birre le pagate voi naturalmente, con tutto quello che vi ho raccontato.»

Fabrizio e Silvano osservano il giornalista uscire dal locale e sorridono.

Fabrizio pensa a Serena, figlia della sorella, che ha solo otto anni.

Silvano pensa a Sebastiano, il suo fratellino, dieci anni ancora da compiere.

Non manca davvero niente per la prossima bicchierata di specialità della casa.

Marco Vallarino