Befana all’antrace

Racconto fantanoir pubblicato su Il Secolo XIX del 6 gennaio 2002

La Befana è un uomo morto. O quasi. Con l’antrace non si scherza e di questi tempi è sufficiente aprire la letterina sbagliata per finire a rantolare nel piú vicino ospedale del Polo Sud, con una gran voglia di spaccare la faccia a quel mentecatto del postino, che fa attenzione alla posta come alla salute di sua suocera.

La notizia ha riempito di lacrime gli occhi di tutti i bambini del mondo, che aspettavano – le calze appese ai bordi del letto o sopra il camino – l’avvento del transessuale piú famoso del mondo. Nessuno è abbastanza brutto per sostituirla/o e il mondo intero precipita nella piú grossa crisi dai tempi in cui era andata smarrita la formula della Coca Cola.

Tutti si erano ormai rassegnati a rimanere senza regali (se non altro poteva essere una buona scusa per non pagare le tasse), quando avvenne il miracolo. Una visita per la Befana moribonda, una delle tante, ma unica, irripetibile e soprattutto inattesa. «Chi sei?» aveva chiesto la Befana con un filo di voce, senza staccare gli occhi dal calendario di Raul Bova. «Mi chiamo Gargamella» aveva risposto l’uomo, un vecchio strabico dai denti marci. «Vi ricordate di me, vero? Sono quello che vi ha spedito la letterina all’antrace».

Alla Befana si era annebbiata la vista e per un attimo aveva confuso il mese di gennaio (il suo preferito) con la Tatcher in déshabillé. «Mi rendo conto di non essermi comportato proprio benissimo» aveva proseguito Gargamella, Garga per gli amici, posto che ne abbia uno. «Spero comunque che mi crederete, se vi dico che ho i miei buoni motivi per aver fatto una cosa del genere. Forse ricordate le lettere in cui vi chiedevo di portarmi quei dannatissimi piccoli puffi blu. Avete idea da quanti anni cerco di acchiapparne uno, per vedere se la storia che si possono trasformare in oro è vera oppure è tutta una palla? Cosa vi costava farmene trovare uno, anche uno solo, bello impacchettato e infiocchettato dentro la calza, la mattina del sei gennaio?»

La Befana avrebbe voluto dirgli che i puffi non esistono, ma quello non la/lo lasciava parlare: «Insomma, dovete ammettere che neppure voi vi siete comportata proprio bene con me, quindi era ovvio che prima o poi vi avrei reso pan per focaccia. Comunque devo confessare che, dopo aver saputo la storia dei regali, mi sono un po’ pentito. Non credevo che sarebbe successo ‘sto casino e mi dispiacerebbe molto se tutto il mondo – me compreso, anche se ormai non ci spero più – rimanesse senza regali. Tra l’altro so che il compito della Befana è proprio quello di rimediare agli errori e alle mancanze di Babbo Natale. Insomma, credo che se potessi fare qualcosa, qualunque cosa, per rimediare… beh, la farei.»

La Befana aveva riposto il calendario e, osservandolo attraverso la cateratta, gli aveva detto: «Hai fatto una cosa molto cattiva, adesso devi fare una cosa molto buona. è deciso e non puoi più tirarti indietro: indosserai una parrucca, ti farai la barba e ti depilerai, metterai la sottana e le scarpe tutte rotte e consegnerai i regali al posto mio». Garga aveva taciuto: chi tace acconsente. La Befana aveva continuato per ore, tra una flebo e l’altra, a spiegargli fin nei minimi particolari il funzionamento della scopa volante Megatron-Turbo e del sitema operativo Winzozz 2000. Quasimodo, il suo aiutante in carica (già gobbo di Notredame e premio Nobel per la poesia) lo avrebbe aiutato a caricare la scopa e il sacco, insieme ai pronipoti dei Magi e ai rifugiati politici. Al resto avrebbe pensato la magica notte dell’Epifania.

Garga lasciò l’ospedale con un sorriso da centodue denti (marci), felice di poter rimediare alla malefatta e orgoglioso della fiducia che il trans gli aveva accordato. Si presentò nella tana della Befana con qualche giorno di anticipo per pianificare il lavoro in tutta calma e familiarizzare con l’ambiente. Quasimodo lo scambiò per un ladro e lo prese a bastonate, ma i pronipoti e i rifugiati si dimostrarono subito molto disponibili e fecero del loro meglio per metterlo a suo agio.

Il gran giorno arriva anche troppo in fretta: alle undici di sera del cinque gennaio, Garga fa un’abbondante colazione, si traveste di tutto punto, saluta Quasimodo e i pronipoti, promette ai rifugiati che spenderà qualche buona parola per loro, prende una pasticca contro il mal d’aria, salta sulla scopa e a mezzanotte in punto si invola verso il resto del mondo. è meraviglioso sfrecciare a tutta velocità in mezzo alle nuvole e quando avvista il tetto della prima casa, Garga non sta piú nella pelle per l’eccitazione.

L’atterraggio non è proprio morbido e il camino è fin troppo stretto (“Tira indietro la pancia” gli aveva consigliato la Befana). Ma infilare i regali nella calza è un’emozione unica, come fare l’amore, e Garga se lo ricorderà per tutta la vita. Uscendo dal camino, si sente come un tossicomane in crisi di astinenza. Deve farsi al piú presto un’altra ‘dose’. Winzozz non sbaglia un colpo: tetto dopo tetto, gli atterraggi migliorano e anche i camini sembrano allargarsi. Garga consegna regali a piene mani, incurante della stanchezza e dei rischi del mestiere: in Afghanistan i talebani mettono in moto la contraerea al grido di “Morte all’infedele!” In Giappone, poco ci manca che Garga si sfracelli contro uno dei tanti grattacieli del centro di Tokyo, accecato com’è dagli implacabili flash degli obiettivi a mandorla.

Non va meglio a Orlando, negli Stati Uniti, dove un arcano spettacolo di suoni e luci mette in crisi il pilota automatico della scopa: sono gli scienziati della NASA che tentano di comunicare con l’oggetto volante non identificato su cui Garga posa il sedere. In Francia, un lembo della gonna gli rimane impigliato nella punta della Tour Eiffel, provocandogli non poco imbarazzo. Mentre in Italia, a Napoli, uno scippatore volante riesce quasi a fregargli l’orologio. Ma Garga sa che una buona azione non ha prezzo e, quando anche l’ultimo pacchetto ha trovato posto nella relativa calza, quasi gli dispiace che sia già finita.

Alle otto del mattino atterra nella tana della Befana, tra gli applausi di Quasimodo, pronipoti e rifugiati. Sopraffatto dalla portata della sua prima buona azione, Garga torna a casa augurando buone feste a tutti quelli che incontra, deciso a cominciare una vita diversa. Una vita da buono. Una luce nuova gli brilla negli occhi, mentre spalanca la porta del laboratorio e… un regalo!

Garga non riesce a crederci, eppure è proprio un regalo quello che spunta dalla calza appesa sopra al camino. Se lo è consegnato da solo senza neanche rendersene conto. Non c’è biglietto, ma quando lo apre Garga capisce subito di che si tratta. Con una piccola, allegra esplosione, una nuvola di antrace si sparge intorno a lui, mentre sul fondo del pacco un messaggio lampeggia a intermittenza: «Caro Gargamella, immagino ti aspettassi di trovare i tuoi benamati puffi dentro questo pacchetto, ma la Befana non è scema e se tu dici di avermi dato pan per focaccia, io non ho problemi a darti antrace per antrace. I medici pensano che me la caverò, spero si potrà dire lo stesso di te. Nel frattempo, buone feste. Tua, Befana.»