Cuore di mamma

Racconto noir pubblicato su Il Secolo XIX del 12 maggio 2002

Come da copione, l’idea era piaciuta a tutti. Nonostante la generale paura degli aghi e gli svenimenti alla vista del sangue, quasi nessuno si era tirato indietro pur di dimostrare quanto fosse generoso e coraggioso. La stessa azienda che aveva sponsorizzato e organizzato l’evento, ne avrebbe ricavato una pubblicità delle migliori. Dei trenta dipendenti soltanto sette erano mancati all’appello, ma gli altri ventitré si erano preoccupati di portarsi appresso amici e parenti. Bruno, ambizioso neolaureato in carriera, si era fatto accompagnare dalla madre Elvira che, arrivata ormai alla soglia dei cinquant’anni, vedeva la donazione come una buona occasione per dimostrare a tutti di essere ancora in piena forma.

Bilancio: piú di quaranta sacche di sangue, l’infermiera e i medici incaricati del prelievo dispensarono sorrisi a iosa, e chi di dovere si preoccupò di consegnare i risultati delle analisi (gratuite) a tutti i donatori. Qualcuno andò in paranoia per il colesterolo, qualcun altro per le transaminasi, ma la soddisfazione fu generale. Arrivederci tra tre mesi, dissero i medici, alla prossima donazione. Arrivederci a domani, disse il direttore dopo aver esaminato le analisi della signora Elvira. Sopraffatta dallo strapotere e dalle donazioni della mafia del nordest, la direzione dell’ospedale aveva messo da parte la legge sulla privacy, per permettere agli uomini del signor Marcello di dare un senso piú concreto alla tanto celebrata “Giornata del donatore”. Bruno aveva ricevuto la loro visita in ufficio, tre piani sotto quello del direttore. Li aveva ascoltati con attenzione, continuando a annuire senza la minima esitazione, conscio che si trattava della sua grande occasione. Quando gli uomini se ne erano andati, lasciandolo di nuovo solo con le sue scartoffie, Bruno aveva sorriso.

Domenica 12 maggio, Elvira è contentissima che il figlio, per celebrare degnamente la festa della mamma, la porti a mangiare fuori, in un delizioso ristorantino immerso nel verde della campagna, lontano dal caos della città e dallo squallore del suo appartamento. Madre e figlio sono una coppia ben assortita, ridono, scherzano, mangiano e bevono di gusto. Gli uomini del direttore li osservano attenti da un tavolo poco lontano, scambiando occhiate d’intesa con l’ambizioso neolaureato piú in carriera che mai. Al termine del pranzo, Bruno consegna il suo regalo alla madre, un bel bracciale d’oro con l’incisione: “Grazie di tutto” all’interno. Elvira si commuove e quasi scoppia a piangere. “Bruno, sei un bravo ragazzo!” esclama. Lo bacia e lo abbraccia con tutto l’affetto, poi aggiunge: “Oh Bruno, come farei senza di te?”

La donna è cosí contenta che, nel viaggio di ritorno, non fa caso alla strada, diversa da quella dell’andata. Completamente diversa. Non si accorge nemmeno della macchina che li segue, curva dopo curva, nel folto della campagna finché… “Perché ci siamo fermati?” chiede Elvira, piú sorpresa che preoccupata. “Scendi” dice Bruno per tutta risposta. Sempre piú stupita, la donna obbedisce. Il fazzoletto impregnato di cloroformio che le viene premuto sulla bocca è l’ultima cosa che vede prima che il suo destino si compia. Gli uomini la ficcano nel bagagliaio della macchina e, prima di ripartire, ammiccano a Bruno: “Bravo ragazzo! il direttore saprà come ripagarti. Ti ricordi cosa devi dire?”

“Mia madre è stata rapita da una banda di albanesi che…”

“Kosovari, porca miseria! una banda di kosovari, ricordatelo! Non ci sono albanesi da queste parti.” Bruno annuisce convinto, mentre gli uomini salgono in macchina e ripartono verso la clinica molto privata dove la signora Elvira troverà la sua pace.

La moglie del direttore è gravemente malata. L’unica possibilità di salvarle la vita è un trapianto di cuore e polmoni. Ma lista di attesa è troppo lunga. Meglio prendere una scorciatoia. Del resto, non è forse vero che ogni madre darebbe la vita (e il cuore e i polmoni) per il proprio figlio?

Bruno sorride e inizia a programmare i festeggiamenti dell’agognata promozione. Adesso solo due piani lo separano dall’empireo del direttore.

Marco Vallarino