La necessità aguzza l’ingegno

Racconto noir pubblicato in “L’orrore della guerra” (Datanews, 2003)

Segregato in un ufficio che diventa ogni minuto più angusto, il maggiore Heyman si accende l’ennesima sigaretta e pensa che la guerra è finita. Male. Le truppe nemiche dilagano in tutto il paese: presto saranno nella capitale e del Magnifico Impero non rimarrà che un immenso cumulo di macerie e un incalcolabile numero di cadaveri destinato a riempire i cimiteri di ogni angolo del Paese.

È tardi per scappare, Heyman lo sa. Anche questo minuscolo campo di prigionia alla periferia della città sarà scovato e raso al suolo in breve tempo. Nel caso migliore il maggiore Heyman si beccherà una pallottola in testa. Nel peggiore… meglio non pensarci. Avrebbe dovuto scappare molto tempo fa, quando c’era ancora una possibilità. Eppure nei dispacci il Kraken sembrava così sicuro di poter dare una svolta a questa guerra. Tutte balle. Come quando da bambino gli raccontavano di Babbo Natale e della fatina dei denti. Il colonello Nash passerà alla storia come un traditore, ma almeno è in salvo, al di là delle linee nemiche e al processo gli andrà sicuramente meglio che a tanti altri.

Uccidere tutti i prigionieri e prepararsi a non cadere vivi nelle mani del nemico. Questo l’ultimo ordine arrivato. Che soddisfazione far parte del Magnifico Esercito! Dovrebbero trovare il modo di far morire il Kraken duecento milioni di volte, in modo da salvare tutti gli altri. E invece no. Il conto della guerra si paga alla romana. Per quanto si sforzi, il maggiore Heyman non vede via di scampo. Certo, in città ha ancora qualche amico di quelli giusti, ma con cosa può trattare? I fondi rimasti non sono che pochi spiccioli e anche i beni confiscati ai prigionieri sono una miseria. Qualche gioiello, alcuni orologi, una manciata di denti d’oro e poi?

Un’altra sigaretta, sulla cui punta il maggiore Heyman intravede il fuoco in cui tutto brucerà, molto prima che all’inferno. Ma di solito è proprio nei momenti di grande crisi che arriva l’Idea. Il maggiore Heyman pensa, pensa, pensa. Ma le lancette dell’orologio appeso al muro vanno troppo veloci. Il ticchettio lo disturba, lo deconcentra, lo spaventa. Ci vuole un attimo a staccare l’orologio dalla parete e a gettarlo per terra. Ci vuole un’eternità a tappare le orecchie al silenzio.

È mattina quando, dopo una notte maledetta, il maggiore Heyman fa chiamare il capitano Hall. L’uomo si dà ancora pena di bussare alla porta, prima di entrare.

«Avanti!» esclama Heyman, nonostante le truppe del Magnifico Impero siano in piena ritirata.

«Maggiore» lo saluta il capitano mettendosi sull’attenti, le dita della mano sulla visiera del cappello.

«Comodo, comodo, capitano. Possiamo anche smettere di fare la commedia, adesso. Sarò molto franco con lei, capitano. Il nemico avanza ogni giorno più rapidamente. Ogni tentativo di resistenza è stato vano e ormai niente è in grado di fermarlo. Potrebbe essere qui già nelle prossime quarantotto ore. La guerra è persa, capitano, senza alcuna ombra di dubbio. Prepariamoci a morire con dignità.»

Silenzio. Ci vuole un po’ perché il maggiore riprenda a parlare: «Capitano, tiene sempre con sé il suo cianuro?»

«Sì, maggiore» risponde il capitano tremando leggermente.

«È pronto a usarlo?»

Adesso il capitano trema più forte. Pallido come la bandiera che già sventola in molte città del paese, deglutisce, serra i pugni, poi ripete con voce roca: «Sì, maggiore.»

«Crede che i suoi uomini siano pronti a usarlo?»

Il capitano si rilassa. «Sì, maggiore.»

«Bene. Prima però dobbiamo eseguire un ultimo ordine. Tutti i prigionieri devono essere giustiziati. Domani a quest’ora non ci dovrà essere nessuno vivo in questo campo. L’esecuzione dei prigionieri comincerà a partire da adesso e proseguirà fino al suo termine. Dopo di che ognuno di noi farà quello che deve fare. Ha capito bene, capitano?»

«Sì, maggiore.»

«Quanti prigionieri sono rimasti in questo campo?»

«Circa trecento, signor maggiore.»

«Bene, capitano. Cominciate con i prigionieri della baracca A. Portateli in uno dei magazzini dell’ala est del campo, uno per uno, e impiccateli a una delle travi del soffitto. Lasciate pure i cadaveri dove vi pare, a questo punto temo non sia più importante tenere il campo in ordine. I prigionieri della baracca B invece devono essere decapitati. Prendete una spada e sistemate un ceppo nel cortile sul retro del magazzino. I prigionieri della baracca C, bruciateli vivi. Recuperate un po’ di benzina e preparate un rogo da qualche parte. I prigionieri della baracca D dovranno essere giustiziati per ultimi. Fucilateli.»

Il capitano Hall si sente come se il maggiore Heyman gli stesse spiegando (o stesse provando a spiegargli) il teorema fondamentale del calcolo integrale. Perché tutto questo macello a meno di due giorni dalla fine? Dov’è finita la cara vecchia pistolettata alla nuca? Senza contare che, messi come sono adesso, se i prigionieri trovassero il coraggio per tentare una rivolta, sarebbero i magnifici soldati del Magnifico Esercito a finire impiccati, decapitati, bruciati vivi e fucilati.

«È di estrema importanza» prosegue il maggiore «che tutte le esecuzioni vengano registrate. Usate pure le apparecchiature e i nastri della sala proiezioni, tanto nessuno vedrà più quei film. Le registrazioni devono essere della massima qualità, faccia bene attenzione. Quando avrete finito, portatemi tutto il materiale e fate riunire i soldati in sala mensa per il rancio speciale. È tutto chiaro, capitano?»

Il capitano Hall vorrebbe dire tante cose, ma sa bene che il maggiore Heyman non gliene lascerebbe dire neanche una. E poi gli ordini del Kraken non si discutono. Come ogni buon soldato, il capitano Hall non capisce ma obbedisce.

«Sì, signor maggiore» sigla alla fine con malcelata mestizia.

«Non ho sentito, capitano.»

«Sì, signor maggiore» ripete Hall a voce più alta.

Heyman sorride. Si prepara a accendersi un’altra sigaretta, senza che il fuoco della brace gli faccia più paura.

«Bene» commenta. «Cominciate. Ogni due ore voglio un rapporto completo sullo stato di avanzamento dei… lavori. Per questo pomeriggio deve essere tutto pron… cioè finito. Adesso vada, capitano.»

Il capitano va, incontro alla sua peggior giornata, qualcosa che non avrebbe immaginato neanche nei suoi incubi peggiori. Ma c’è qualcuno che sta peggio di lui. Il soldato incaricato di riprendere le esecuzioni. Il capitano Hall almeno può non guardare, lui no. Le impiccagioni, le regge bene, nonostante l’odore di orina e di escrementi si faccia sempre più forte nel polveroso magazzino, illuminato come il palco di un teatro per l’occasione. Per fortuna la corda impedisce ai prigionieri di urlare. Va peggio con le decapitazioni. Alla terza testa spiccata dal boia (il soldato più sbroccato che siano riusciti a trovare, col volto rigorosamente coperto da un cappuccio nero), l’operatore molla la telecamera, si accascia al suolo e vomita tutto quello che riesce a trovare in uno stomaco che rimpiange gli orrori del fronte. Chi lo sostituisce dura meno di lui. Alla fine saranno sei i soldati a essersi avvicendati alla telecamera. Trecento cadaveri sparsi per il campo e una pila di videocassette ammonticchiate sulla scrivania del maggiore Heyman, che sorride quasi estasiato. Più lo guarda e più il capitano Hall si sente al cospetto di un novello, imperscrutabile Minosse, fiera crudele e diversa.

«Bene, capitano, molto bene!» esclama il maggiore. «Con questo credo che abbiamo finito. I soldati sono in sala mensa?»

«Sì, maggiore. Ormai è ora di cena.»

«Crede che sospettino qualcosa?»

«No, maggiore.»

«Allora proceda. Poi raduni gli ufficiali e i sottufficiali nella sala riunioni e dica loro di prepararsi. Io arriverò tra un’ora.»

Mentre nella sala mensa si consuma l’eccidio dei magnifici soldati del Magnifico Esercito, stroncati dal veleno del rancio speciale, il maggiore Heyman pensa e ripensa a quello che deve fare. Tira fuori la sua pasticca di cianuro e la osserva a lungo, nell’attesa del momento.

Nella sala riunioni, al cospetto di un ritratto del Kraken formato famiglia, è l’ultimo a entrare ma il primo (e unico) a parlare: «Signori, sapete tutti perché siamo qui. Nessuno di noi avrebbe mai creduto possibile una cosa del genere, eppure la guerra è persa. Il Magnifico Impero se ne va e noi con lui. Ma non temete. Al di là di questo miserabile mondo, che lasciamo senza rimpianti, c’è sicuramente un Impero più grande e più Magnifico di quanto abbiamo mai immaginato. Ci ritroveremo tutti là, per la gloria del Kraken e Nosra. A Noi!»

Il braccio destro del maggiore si alza e si tende allo spasimo, mentre la mano sinistra mette in bocca la pasticca di cianuro.

«A Noi!» strillano gli altri undici, ripetendo la pantomima. Qualcuno cade prima, qualcun altro dopo. Soltanto tre restano in piedi. Il sottotenente Neidhart, il capitano Hall e il maggiore Heyman.

Si guardano imbarazzati, poi il maggiore Heyman estrae la pistola e fa fuoco sugli altri due. «Morite per la patria, bastardi!» esclama paonazzo.

Apre il pugno e butta via la pasticca di cianuro, poi controlla che siano davvero tutti morti. Sorride, esce dalla sala e si dirige nel suo alloggio. Si toglie la (Magnifica) divisa e recupera i vecchi abiti civili, insieme a un paio di occhiali da sole. Un attimo dopo è di nuovo in ufficio. Afferra la pila di videocassette e si fa strada verso il piazzale in cui ha preparato la jeep. Parte quasi sgommando verso un futuro di pace e prosperità.

Snuff movie, uno dei più fiorenti mercati del terzo millennio. Trecento esecuzioni delle più truculente da vendere al miglior offerente, per assistere alla disfatta del Kraken comodamente seduto in poltrona, al sicuro, nel salotto di una splendida villa costruita tra le palme della solita isoletta tropicale sperduta chissà dove. Heyman sogghigna e pensa al Magnifico esercito di camerieri, cuochi, giardinieri, donne delle pulizie e spogliarelliste che avrà presto a disposizione.

Marco Vallarino