Onde assassine

Racconto horror pubblicato nella antologia “Il mare nei racconti liguri” (Centro Editoriale Imperiese, 1999) e sul numero 27 della rivista Futuro Europa (Perseo Libri, 2000); secondo classificato al Premio Italia 2001 nella categoria “miglior racconto su pubblicazione professionale”

Francis uscì dal bagno, si piegò in due e vomitò ancora. “Occristo, non puoi fare così anche qui!” gridò Mario esasperato, reggendo l’amico ubriachissimo che non stava più in piedi.

“Che cazzo succede qua?” chiese uno dei massicci buttafuori della discoteca, guardando con malevole intenzioni il ragazzo che aveva appena dato di stomaco.

“Niente, non succede niente” si affrettò a dire Mario, mettendo un anfibio sul vomito e cercando di tirare su Francis per ridargli un po’ di tono. “Adesso ce ne andiamo a fare un giro e tu non ti preoccupare.”

“Certo, certo!” esclamò l’altro con tutta l’intenzione di voler fare qualcosa di violento. “Guarda che schifo avete combinato, tu e ‘sto calato di merda.”

“Non è calato, è solo un po’ ubriaco, ma adesso sta già meglio. Vero? Diglielo anche tu, Francis!”

Obbediente, Francis alzò la testa nel tentativo di confermare le parole dell’amico con qualche frase ad hoc, tipo “Tutto ok”, “Mai stato meglio”, “Sto da dio”. Invece riuscì solo a vomitare un’altra volta, sporcandosi l’attillata maglietta ABJ con una detestabile sostanza bianchiccia dall’odore sgradevole.

“Fuori!” strillò il buttafuori in tutta la sua patologica bestialità.

“Ma il mio amico sta male!” fece Mario mentre Francis si inginocchiava per terra vomitando di nuovo. “Non puoi cacciarci così, ci serve aiuto. Perché non vai a chiamare qualcuno?”

“Come no! Te lo dico io cosa faccio.” Il buttafuori si girò verso l’uscita di sicurezza che era proprio dietro di loro e con una brutale pressione sul maniglione spalancò la porta antipanico. “Fuori!”

“Ma il mio amico sta male!” ripeté Mario disperato e a corto di battute nuove.

“Ma che minchia vuoi? Guarda che non c’ho mica scritto Amnesty International in fronte! Andate fuori e basta, e fatelo prima che m’incazzi sul serio.”

“Ma il mio…” Stavolta non riuscì a finire la frase. Volarono fuori tutti e due, Mario e Francis. La porta si richiuse dietro di loro, implacabile. La pista d’atterraggio era un marciapiede rosso e sporco che di morbido non aveva niente. Ferito non solo nell’orgoglio, Mario si rialzò dolorante e andò a sistemarsi sulla panchina più vicina. Francis ci mise un po’ a raggiungerlo, e non appena si fu seduto, riprese a vomitare. Mario lo guardò con repulsione: “Ma che cazzo c’hai nello stomaco, Alien?”

Indeciso sul da farsi, prese a fissare un gigantesco punto esclamativo disegnato con lo spray sul muro, finché non sentì la voce di qualcuno che lo chiamava: “Mario, sei proprio tu?”

Girò lo sguardo per vedere Ombretta e Rebecca, l’una bruna l’altra biondissima, che camminavano a passo svelto nella sua direzione. “Ciao Reby! Ombre!”

“Cosa cavolo ci fate qui?” domandò Rebecca fermandosi con l’amica davanti alla panchina. “Perché non siete ancora entrati?”

“Siamo già entrati e siamo anche già usciti” raccontò Mario asciutto.

“Eh?”

“Ci hanno cacciato fuori.”

Rebecca stava per dire qualcosa ma fu anticipata da Ombretta. “Oh mio Dio, che schifo!” gridò inorridita vedendo Francis, che nel frattempo era riuscito a raddrizzarsi, rivelando al resto del mondo la sua miserabile condizione.

“Oh, non ti preoccupare” disse Mario “è un po’ ubriaco ma poi gli passa. Comunque è colpa sua se non siamo più dentro a ballare. Praticamente ha vomitato in faccia a un buttafuori.”

“Com’era dentro?” chiese Ombretta, guardando Francis il meno possibile.

“Uno sballo! Stracolmo e progressive a manetta.”

“Allora se poi vi rifanno entrare ci vediamo più tardi. Ciao ciao!” Rebecca e Ombretta ripresero decise il cammino verso l’entrata della discoteca, ma furono raggiunte dalla voce di Mario: “Ma dove cavolo andate! Perché non state un po’ qui con noi? Ci siamo sempre divertiti insieme, magari ce ne andiamo sulla spiaggia.”

Rebecca si fermò girandosi a rispondergli: “Ma sei hai appena detto che dentro è uno sballo! È l’una e se non entriamo adesso non entriamo più.”

“Dai ragazze, non fate le tappezzerie. Per una volta… Stiamo solo mezz’ora, tanto Zappalà prima delle tre non arriva, poi fate quello che volete.”

Ombretta prese Rebecca per un braccio costringendola a voltarsi: “Non avrai mica intenzione di andarci? Col casino che ci dev’essere dentro. Non siamo mica venute qui per fare da baby sitter a loro due.”

“Dai Ombre, andiamo!” l’apostrofò Rebecca. “Magari è la volta che ci fa fumare gratis!”

Una manciata di minuti dopo, facevano irruzione sulla spiaggia sottostante la discoteca, in silenzio, per non farsi beccare da quelli dell’Onda, stabilimento balneare, bar, ristorante, discoteca e un sacco di altre cose. Le ragazze si tolsero le scarpe, correndo scalze sulla sabbia, e intanto Mario portava Francis in riva al mare per sciacquargli la faccia, nella speranza che si riprendesse almeno un po’. Era un sabato di maggio piuttosto caldo, gli ombrelloni e le sdraio non c’erano ancora ma si stava già benissimo.

“Allora ‘sta canna arriva o non arriva?” disse Ombretta severa, guardando Mario che rollava abilmente un po’ di tabacco misto a marijuana. “Guarda che noi siamo qui soltanto per fumare.”

“Arriva arriva” rispose l’altro neanche troppo turbato dalla puntualizzazione della ragazza.

Adesso se ne stavano lì a fumare, un tiro dopo l’altro, sdraiati sulla sabbia e con gli occhi lucidi. Tutti tranne Francis, le cui condizioni ricordavano molto un vecchio film di Michael Crichton, Coma profondo.

Assieme all’erba, Mario aveva con sé anche un buon numero di pastiglie, tra cui alcune New York Power che, oltre a garantire uno sballo pressoché totale, provocavano in chi le prendeva un risveglio del desiderio sessuale. Se Francis non gli avesse mandato tutto a puttane con la sua colossale sbronza, sarebbe senz’altro riuscito a venderne parecchie nel corso della serata, ma qualcosa gli diceva che avrebbe trovato lo stesso il modo di godersele, in qualche modo.

Guardò le ragazze. Solo babbo natale le avrebbe fatte fumare gratis accontentandosi della loro platonica compagnia, e forse il New York Power poteva davvero raddrizzargli la serata. Senza pensarci più di tanto, si levò una scarpa e ne estrasse un pezzo di velina sigillato, che probabilmente in origine era servito a fasciare un pacchetto di sigarette.

Sventolandolo davanti agli sguardi incuriositi delle ragazze, annunciò: “Ehi gente, guardate un po’ cos’ho qua. Se la maria vi fa bene, queste di sicuro vi mandano in paradiso!”

“Cosa sono?” chiese Rebecca avvicinandosi un poco, subito seguita da Ombretta.

“Micropunte” mentì il ragazzo, sapendo che erano tra le pastiglie più gettonate.

“Grande!” esclamò Ombretta con partecipazione. “E magari ce le dai anche gratis.”

“Mah, non lo so, non sono molto sicuro che possa essere un buon affare” recitò Mario da attore consumato. “Forse però potrei farvi uno sconto.”

“Eddai” lo pregò Rebecca “in fondo noi siamo venute.”

“Va beh” concluse l’altro come da copione. “Per questa volta ve le do gratis, ma la prossima volta che le volete venite da me, okay?”

“Come no!” acconsentì Ombretta allungando una mano. “Lo sai che sei il nostro uomo di fiducia!”

Avevano da poco ricominciato a fumare, aspettando che le cale facessero effetto, quando sentirono un rumore poco lontano da loro. Un buttafuori dell’Onda? Velocemente Mario spense la sigaretta, nascondendola nella sabbia, poi diede un’occhiata in giro per vedere cosa succedeva. Un ragazzo allampanato con un paio di pantaloni a scacchi gialli e neri e una maglietta col logo di Mortal Kombat, stava venendo verso di loro, saltellando allegramente. Sulla spalla destra, portava un voluminoso cubo bianco che quando fu più vicino si rivelò essere uno stereo. Si fermò a pochi metri da loro, posò l’apparecchio per terra, lo accese alzando il volume quasi al massimo, si girò a guardarli con gli occhi stralunati, sorrise, mostrando una chiostra di denti bianchissimi ma storti, e intonò: “Francesco Zappalà! Lallaralallalà!”

Iniziò a ballare a un ritmo frenetico dimenandosi come un tarantolato mentre la musica saliva altissima. Gli altri lo guardavano esterrefatti e a un certo punto Rebecca chiese a Mario: “Ma chi è ‘sto pazzo? Lo conosci?”

“È Peppo!” rispose il ragazzo. “È uno un po’ schizzato, mi sembra che faccia una scuola strana, una roba tipo l’IPC. Ogni tanto lo vedo in salagiochi, ma non sapevo che gli piacesse ‘sta musica. Oggi è più fuorissimo del solito!”

Sconcertata da quell’apologia del grottesco, Rebecca non disse niente. Ombretta invece si era già messa a cercare la canna nascosta poco prima. Gridando per farsi sentire nonostante la musica, Mario chiese: “Ehi Peppo, cosa ci fai qua? Perché non sei entrato?”

Dovette chiamarlo due o tre volte, prima che il ragazzo si accorgesse che stava parlando con lui. Poi, senza abbassare il volume della musica, facendo un’altra serie di mosse strane, quasi un balletto, Peppo andò da Mario e spiegò: “Io volevo entrare, erano loro che non volevano. Mi hanno detto che non potevo, che stavo malissimo, che prima dovevo riprendermi, andare a fare un bel giro lungo e poi forse se ne parlava. Così eccomi qui. Se hai una cassetta magari poi la mettiamo, ma solo se è di Francesco.”

“Okay, okay” siglò Mario accomodante. “Ma la radio dove l’hai presa?”

“In macchina del Delux. Sai, due sabati fa gli hanno fottuto l’autoradio, così ho dovuto pensarci io. E ci siamo sballati una cifra durante il viaggio. Lui poi è entrato e mi ha lasciato le chiavi.”

Il ragionamento non faceva una piega ma Mario era lo stesso preoccupato: “D’accordo, però adesso abbassa il volume. Se quelli dell’Onda scoprono che siamo accampati sulla loro spiaggia, prima ci tagliano a strisce e poi ci usano come carta igienica.”

“Ma mollami un po’, te e L’Onda!” lo apostrofò Peppo stizzito. “Vadano un po’ a fanculo ‘sti buttafuori cannibali di merda. Se vengono a scocciare anche qua, gli faccio vedere io! Gli spacco il culo a uno per uno, quant’è vero che Zappo è il dj più figo di tutti!”

Rendendosi conto che non aveva speranze di convincerlo ad abbassare il volume e a stare un po’ più tranquillo, Mario lasciò che Peppo tornasse a ballare vicino allo stereo, e dopo aver rollato e acceso un’altra canna riprese a fumare.

Le pastiglie ci misero un po’ a fare il loro effetto. Il guaio fu che a Ombretta non salì per niente. Finì quindi per cadere in una sorta di stato catatonico, rifiutando anche l’ultima canna che il suo “uomo di fiducia” aveva messo insieme. Rebecca invece sembrava davvero in palla. Anche lei, come Ombretta, aveva gli occhi chiusi, ma, a differenza dell’amica, era più viva (e sballata) che mai. Canticchiava pezzi di canzoni presi a caso dalla sua memoria e ripeteva frasi senza senso, nell’attesa, forse, che qualcuno andasse da lei a dare fuoco alle polveri.

Mario era più che pronto a fare la sua parte ma gli dispiaceva precipitare le cose, c’era il rischio che qualcosa andasse storto. Gettò un’occhiata di sicurezza a Francis, impeccabile nella sua rappresentazione del film di Crichton, e a Ombretta, inerte come un pezzo di kriptonite. La situazione sembrava ok e forse era davvero arrivato il momento di seguire il consiglio di Orazio. Carpe diem.

“Mario, mandami in fuori orario!” riuscì a dire Rebecca nel bel mezzo della sua messinscena, e a quel punto il ragazzo si decise.

Finita l’ultima canna, strisciò vicino a lei e bisbigliò: “Reby! Ehi Reby, ci sei ancora?”

“Sì?” esordì la ragazza aprendo gli occhi e riprendendosi dalla sue spaziate.

“Come va?” chiese Mario in un sussurro erogeno.

“Bene!” rispose lei liberando un gridolino di gioia.

Sì, decisamente era ora di iniziare a darsi da fare. A vederla così, Rebecca era davvero irresistibile, tutta abbronzata col vestitino bianco e le gambe nude, e sarebbe stato un peccato sprecare tutto quel ben di Dio.

Potevano andare nel magazzino della spiaggia a farlo, là nessuno li avrebbe cercati. A quel pensiero, il suo sguardo ricadde sul viso di Rebecca, stravolto dal piacere della droga e dal desiderio di qualcosa di ancora più piacevole. La baciò sul collo e lei fremette, poi le infilò una mano sotto il vestito e lei fremette di nuovo.

“Ehi!” mormorò infine Mario, sempre accarezzando quello che c’era sotto il vestito. “Perché non ce ne andiamo in un posticino tranquillo a divertirci un po’?”

“Mmm… no” rispose lei guardandolo trasognata. “Non ho voglia di alzarmi. Qui è tranquillo, c’è il mare, è romantico. Facciamolo qui, ti prego, facciamolo.”

Okay, non sarebbe stato certo lui a dire di no a una proposta del genere. Sulla spiaggia o nel magazzino faceva poca differenza. Se i mastini dell’Onda non avevano sentito la radio di Peppo, difficilmente si sarebbero accorti di loro. E certamente Peppo aveva smesso di credere alla cicogna da un pezzo.

Iniziarono a spogliarsi ridacchiando, con addosso tutta l’eccitazione che una situazione come quella meritava. Fino a quel momento Peppo aveva continuato a ballare, nel maldestro tentativo di seguire la musica che lo stereo urlava assieme alle frasi idiote del vocalist, evitando di pensare a qualsiasi altra cosa. Poi, all’improvviso, smise di dimenarsi, spense la radio, guardò attento verso il mare, portandosi una mano all’orecchio come se volesse sentire meglio qualcosa, e disse: “Smettetela subito, porcaputtana! State zitti! Sssst!”

Stramaledicendo l’amico e il suo inopportuno intervento, Mario esclamò: “Ehi, ma cosa c’è? Porcoiltuo, non puoi farti gli affari tuoi e basta?”

“Non lo sentite anche voi?” continuò Peppo, girandosi a guardarli con espressione allucinata. “È stupendo! Qualcuno sta cantando. Oh Dio, è meraviglioso. La sua voce… sentitela anche voi!”

“Io non sento niente” rispose Rebecca mentre un’inspiegabile apprensione si faceva strada dentro di lei. Mario invece rimase zitto, convinto che Peppo fosse vittima di un’allucinazione causata dal solito acido. Sì, perché in giro si sentiva solo la sua voce strampalata.

Avanzando verso la riva, Peppo parlò ancora: “Eccola! La sento di nuovo. È la voce… di Dio! Mi chiama. Devo andare… al di là dei buchi neri. Io sono il prescelto, sopravvissuto agli infiniti eoni del tempo. Ecco, adesso il sogno si realizza e io gli vado incontro.”

Caracollando grottescamente, Peppo raggiunse il mare e senza alcuna esitazione si cacciò in acqua iniziando a nuotare. Mario lo guardò allontanarsi dalla riva, una bracciata dopo l’altra. Poi le onde si fecero più grosse e Peppo fu travolto. Adesso non si vedeva più, era da qualche parte laggiù al largo ma la violenza dei flutti lo nascondeva. Forse sarebbe annegato ma Mario decise che non era un problema suo.

Tornò a occuparsi di Rebecca e vide che il suo volto era diventato una maschera di preoccupazione. “Cosa c’è?” chiese, sebbene sapesse che era tutta colpa di Peppo e del suo bagno notturno.

“Non lo so” mormorò lei. “Ho paura. Peppo non si vede più e mi sembra che ci sia qualcosa di strano nell’aria. Forse è meglio se svegliamo gli altri e andiamo a chiamare qualcuno.”

“Storie!” replicò Mario, sicuro di sé. Non voleva perdersi una chiavata già sicura per colpa di un buffone come Peppo. Se aveva deciso di affogarsi alle due di notte, cavoli suoi. Ma Rebecca la pensava diversamente. Aveva iniziato a rivestirsi e questo gli fece capire che quasi sicuramente quella notte sarebbe andato in bianco. Forse se le dava un’altra cala…

Stava ancora cercando di convincerla a rimanere, quando si accorse che sul bagnasciuga era comparso qualcosa.

“Ehi, c’è qualcosa laggiù. Peppo!” gridò, alzandosi per andare a controllare.

La spiaggia era semibuia, illuminata soltanto dalla luna e dalla luce rachitica dei lampioni della spianata sovrastante. Ciononostante, Mario riuscì a vedere abbastanza. Mio Dio. Avrebbe voluto dirlo, invece riuscì solo a pensarlo prima di vomitare. Il cadavere orribilmente dilaniato di Peppo giaceva vicino a lui. L’aveva riconosciuto dalla testa, forse l’unica parte del corpo che aveva ancora qualcosa di umano. Il resto era una carcassa devastata da ferite agghiaccianti. I vestiti non c’erano più e niente poteva nascondere quella nudità straziata. Le braccia maciullate erano piegate in posizioni impossibili, e a una mano mancavano delle dita. Una gamba era stata strappata all’altezza del ginocchio, l’altra scarnificata fino all’osso. Lo stinco, dove non era coperto da tracce di sangue o residui brandelli di carne, biancheggiava alla luce spettrale della luna piena.

Istintivamente Rebecca urlò quando vide Mario vomitare. “Cos’è?” chiese poi con voce strozzata, neanche troppo sicura di volerlo sapere veramente.

Incapace di reggersi sulle sue sole gambe, Mario tornò da lei un po’ gattonando e un po’ strisciando. “Peppo è morto” riuscì a dire quando l’ebbe raggiunta, prima di accasciarsi stremato sulla sabbia, incapace di fare qualsiasi cosa e con ancora davanti agli occhi quella poltiglia sanguinolenta che una volta si faceva chiamare Peppo. Rebecca scoppiò a piangere, nascondendo il volto tra le mani e chiudendosi in posizione fetale.

“Andiamo via!” disse. “Andiamo via!” ripeté urlando, isterica. Ma proprio in quel momento Francis si risvegliò.

“Sì!” esclamò laconico. Poi aggiunse, mettendosi a sedere: “Mi chiamano, è la loro voce, il loro canto meraviglioso. Le sirene mi vogliono, mi desiderano, bramano la mia carne e io la loro. Vengo, vengo con voi, vengo subito.”

Scattò in piedi con la stessa decisione di una molla e, sebbene Mario gli gridasse di non farlo, anche lui corse a tuffarsi in mare. Pochi istanti dopo era già scomparso in mezzo alle onde altissime. Senza smettere di piangere, Rebecca fece per alzarsi e scappare via, ma le gambe si rifiutarono di reggerla. Tentò allora di muoversi strisciando sulla sabbia, ma il suo corpo non le obbediva più.

“No!” urlò disperata, e intanto il mare portava a riva un altro cadavere straziato, quello di Francis, e Ombretta si risvegliava, rispondeva al richiamo e si gettava in acqua. Tutti, il mare li avrebbe avuti tutti, divorandoli insaziabile uno per uno. Cosa c’era in quelle acque maledette? Lei lo sapeva, suo nonno gliene parlava spesso quando era bambina. Ma in fondo pensava che si trattasse solo di una favola, e si era sempre rifiutata di crederci.

Vittima di un magnetismo irresistibile, Mario era tornato sulla riva, vicino ai cadaveri dei suoi amici. Ed eccola Ombretta, straziata dalle invisibili fauci marine, mentre i suoi miseri resti venivano sbattuti sulla spiaggia come un relitto qualsiasi. Dopo aver contemplato quell’ultimo orrore, Mario si volse a guardare Rebecca e disse con un filo di voce: “Vado io.”

Per non vederlo scomparire in mezzo alle onde, Rebecca volse gli occhi altrove, e fu allora che vide. Vide e capì. “Lo stereo!” gridò con tutto il fiato che le era rimasto in gola. “Mario accendi lo stereo! Accendilo subito! Metti il volume al massimo. Finché c’era la musica, Peppo non riusciva a sentire bene il richiamo. Fallo per me, ti prego!”

Pochi istanti prima che la sua coscienza fosse definitivamente sopraffatta da quella del loro sconosciuto antagonista, Mario smise di guardare il mare negli occhi e iniziò a strisciare, lento ma inesorabile, verso lo stereo. Gli ci volle uno sforzo di volontà immenso per raggiungerlo, ma alla fine ci riuscì. Schiacciò il power e girò la manopola del volume sul fatidico dieci. La musica partì subito fortissima con inaudita violenza.

La progressive di Zappalà si spargeva altissima su tutta la spiaggia e Rebecca non piangeva più. Rideva. Il richiamo aveva smesso di trapanarle il cervello e lei si sentiva già molto meglio. Un attimo dopo Mario la raggiunse. Lei lo abbracciò stravolta tempestandolo di baci, felice di essere sopravvissuta.

“Mi hai salvato la vita, grazie” gli disse continuando a stringerlo.

“L’idea è stata tua, è tutto merito tuo.” Rebecca avrebbe voluto dire qualcosa, ma Mario continuò a parlare: “Ma perché è successo tutto questo? Tu lo sai? Che cos’era che ci chiamava?”

“Davvero lo vuoi sapere?” bisbigliò Rebecca dopo avergli dato un altro bacio.

Una sola sillaba ma estremamente significativa: “Sì.”

“E va bene. Ti ho mai detto che mio nonno faceva il pescatore? Probabilmente no. Beh, quando ero una bambina piccola piccola mi faceva sedere sulle sue ginocchia e mi raccontava delle storie. Mi parlava del mare. Diceva che era una cosa stranissima e meravigliosa, piena di vita ma anche di pericoli. E quello che mi ripeteva più spesso era che il mare stesso era vivo.” A quella frase Mario sgranò gli occhi ma Rebecca continuò imperturbabile. “Sì, vivo proprio come te e me. Diceva che il mare è la madre e il padre di tutti, perché tutti veniamo dal mare e un giorno forse ci ritorneremo. Il sangue del mare sono le creature che lo popolano, ma per continuare a vivere esso ha bisogno anche della loro vita. Per questo annega, sommerge, provoca con l’aiuto del cielo tempeste violentissime che fanno affondare enormi vascelli pieni di vita. Pensa al Titanic: era così bello e vivo che il mare lo ha voluto a tutti i costi. Pensa alla fine che hanno fatto Atlantide e Mu, per sempre prigioniere degli abissi marini. Il mare è vivo ma deve uccidere per continuare a esserlo. Per questo stanotte ci ha chiamato. Aveva fame e voleva saziarsi con le nostre vite, ha preso quelle dei nostri compagni più sfortunati. Non li ha semplicemente uccisi, li ha mangiati, sbranati, straziandoli con le sue onde, e noi ci siamo salvati solo grazie a un mezzo miracolo.”

A causa del frastuono pazzesco della musica era difficile capirsi, ma Mario non aveva perso una parola del discorso di Rebecca. “È terribile” commentò in tono stranito. “Penso che dopo stanotte non andrò mai più alla spiaggia in vita mia.”

“Già” confermò lei. “Credo che lo stesso varrà per me. Senz’altro ci metteremo un po’ per riprenderci da quello che è successo ma l’esserne usciti sani e salvi è già un bel risultato. Adesso andiamo, dobbiamo trovare qualcuno che si occupi della cosa e che sia disposto a crederci.”

“Difficile” sentenziò Mario quasi ridendo. Aveva riacquistato una certa euforia, lo stare con Rebecca gli dava una sensazione strana, piacevole, e anche lei sembrava su di giri. Forse l’effetto del New York Power non si era ancora esaurito. Forse era frutto dello scampato pericolo. Forse in qualche modo dovevano festeggiare, per rendersi conto che ce l’avevano fatta e che era finita per davvero.

Si baciarono, e ben presto si ritrovarono uno sull’altra, pronti a riprendere quello che troppo bruscamente avevano dovuto interrompere. Dopo, avrebbero avuto tutto il tempo di andare a cercare aiuto.

Erano quasi giunti al termine della loro fatica, quando la musica cessò all’improvviso. Sulla spiaggia cadde un silenzio irreale.

“Le pile! Sono finite le pile!” urlò qualcuno.

Poi, il richiamo del mare tornò a farsi sentire.

Marco Vallarino