Regalo di Capodanno

Racconto neonoir scritto per Il Secolo XIX del 30 dicembre 2002

Vorrei che questa casa fosse di marzapane. Così potrei mangiarla e andare avanti ancora un po’. Invece saranno i debiti a mangiare me. Forse sputeranno le ossa, forse no. È stato un anno di merda, ma non il peggiore. Il peggiore è stato quando l’ho incontrata, maledizione. Bella donna, simpatica, intelligente, molto a modo. Coltivata e illustrata, come dice il mio amico cubano, per colta e illuminata. Si chiamava Gabriella e mi ha guardato per tutta la sera. Ho tagliato corto spiegandole che ero sposato, con un bambino di tre anni che entrava e usciva dagli ospedali perché non era venuto fuori tanto bene, ma già pensavo in grande. Anche lei. Pensava alla mia liquidazione che, dopo vent’anni di lavoro in banca, non era da buttare via. Anzi, lo era, perché l’ho proprio buttata via.

Mi ha fatto licenziare con la scusa che stava a Milano, in Riviera c’era venuta solo in vacanza. Suo padre era ben immanicato coi politici, era stato anche a cena col sindaco e sicuramente mi avrebbe rimediato un’altra banca in cui andare a fare i conti. Intanto avremmo potuto cercare una casa tutta per noi. Ma la mia liquidazione non bastava per l’attico che le piaceva, ducentocinquanta metri quadri nella zona più in di Milano, arredamento ricercato e costoso. E la macchina nuova, lo shopping in via Monte Napoleone, le pellicce, i gioielli: pietre preziose grosse come i pugni in faccia che tiravo al mio conto in banca.

Ipotecare la vecchia casa dei genitori a Rapallo, in cui ero nato e cresciuto, fu inevitabile. Ancora adesso mio padre stenta a credere che abbia potuto farlo e passa le giornate a chiedersi dove potrà andare quando verranno a buttarci fuori. Intestare tutto a lei mi era sembrata un’idea carina, oltre che un buon modo per evitare che mia moglie tentasse di portarmi via qualcosa.

Potete immaginare come sia andata a finire. Io che pago tutto fino all’ultimo centesimo (tranne gli alimenti a mia moglie, ma questa è un’altra storia) e rimango più al verde di un bosco di conifere, Gabriella che comincia a farsi venire un mal di testa dietro l’altro e dice che “non è più come un anno fa”, la banca che trova il modo di licenziarmi.

Mi ha detto di andarmene all’inizio del mese, forse per essere sicura di poter passare le vacanze di Natale con un altro. Tornare a Rapallo mi è sembrata l’unica cosa da fare. Ho provato a telefonare a mia moglie, ma lei mi ha attaccato il telefono in faccia. Forse, per avere qualche speranza, dovrei iniziare a pagare gli alimenti. Ma trovare un altro lavoro si sta rivelando più difficile del previsto. Non so dove prenderò i soldi per riscattare la casa. Temo che l’unico modo che mi resta per cavare soldi da una banca sia fare una rapina.

A Natale avevano tutti il telefono staccato. Per non mangiare con un disgraziato come me, mio padre è uscito di casa alle dieci del mattino, “per andare a Messa” ed è tornato che era quasi mezzanotte. Santo Stefano non è andato meglio e ho paura che passerò la notte di San Silvestro peggio della piccola fiammiferaia scalza. Ma per Capodanno ho trovato il modo di rifarmi. Tornerò a Milano, da Gabriella. Le farò una sorpresa, sperando che nel frattempo non abbia cambiato la serratura.

Non ho la più pallida idea di dove recuperare una pistola, ma il trinciapollo mi basta e avanza. In fondo sono grande e grosso, mentre lei, con la sua mania della linea, è sempre stata pelle e ossa. La farò a pezzi e mi sentirò già meglio. Poi raccoglierò tutti i gioielli e i soldi che troverò in casa e li metterò in un pacco regalo, insieme – perché no? – alla sua maledetta testolina. Un biglietto con su scritto “scusa” sarà più che sufficiente. L’indirizzo di mia moglie e mio figlio lo ricordo ancora bene. Il difficile sarà trovare un corriere che lavori anche a Capodanno. Poi proverò di nuovo a telefonare. Forse per la Befana saremo di nuovo tutti insieme. Altrimenti spero che in casa siano rimasti abbastanza sonniferi.

Marco Vallarino